Open non è free, quale business model per i makers?

Light talk on business models for maker, Maker Faire 2014

Quale business model per i Maker? Ne parliamo alla Maker Faire, domenica 5 ottobre 2014. Ecco un abstract del ligh talk.

Da circa un anno seguo il movimento dei makers in Italia, più con l’occhio dell’osservatore esterno che non con quello dell’insider vero e proprio. Si è trattato un anno molto intenso per i maker italiani, iniziato con il lancio di Fablab (Fablab Reggio Emilia, Fablab Milano), proseguito con gli eventi popup makers e culminato con la Maker Faire di Roma, un evento incredibile, il cui successo è probabilmente andato oltre ogni più rosea aspettativa, sia degli organizzatori che degli stessi partecipanti.

Maker FaireGirando per i banchetti della Faire ho parlato con moltissime persone, le cui estrazioni professionali e culturali erano le più diverse. C’era il Fablab spagnolo, che si occupava di sviluppare progetti educativi per bambini. C’era il gruppo di designer che stava settando una stampante 3D in grado di utilizzare la polvere di marmo al posto della plastica. C’era l’ingegnere milanese, che presentava una lampada led che poteva essere regolata con un’app.

Una cosa però avevano in comune (molti, non tutti) questi progetti: alla mia domanda (non disinteressata, ovviamente) se fossero stati pronti a fare del loro progetto un prodotto, in molti casi non ricevevo una risposta. O semplicemente mi veniva detto “Non ci abbiamo ancora pensato”. La sensazione che ho avuto era che ci fosse quasi un disagio nel pensare ad un business collegato al proprio progetto.

Gli inizi della storia di Apple (consiglio la biografia “Steve Jobs” di Walter Isaacson, P. Canton, L. Serra e L. Vanni) furono caratterizzati proprio da un antagonismo tra un approccio open ed uno orientato allo sviluppo commerciale. Wozniak (il tecnico che insieme a Jobs fondò Apple) avrebbe “regalato” volentieri alla comunità hacker il progetto di uno dei primi prodotti Apple, mantenendo così una coerenza rispetto alla cultura da cui il progetto si era originato, ma probabilmente condannandolo allo stesso tempo a diventare un prodotto di nicchia per pochi appassionati. Jobs, invece intendeva farne un prodotto commerciale, da poter vendere a chiunque e che da chiunque potesse essere utilizzato. Da quei momenti sono passati più di 40 anni e sappiamo tutti com’è andata a finire.

young-bwOpen non significa free: un approccio open non implica necessariamente la mancanza di un modello di business: “non esistono pasti gratis”. Se i modelli free presuppongono e sottendono sempre un business model, così un modello open non può prescindere da un sistema di relazioni che ne alimenti la sussistenza. Se possiamo aggiornare il nostro stato facebook, condividere foto commentare i post dei nostri contatti, è perché una minima parte degli utenti facebook paga per avere un servizio (pubblicità targetizzata) e copre quindi i costi di utilizzo dei server di facebook per tutti gli altri miliardi di utenti free. Lo stesso accade per altri servizi “free” disponibili sulla rete (posta gmail VS pubblicità google; profilo linkedin VS profilo linkedin pro; versioni free antivirus VS versioni a pagamento): se qualcosa è disponibile gratuitamente, è perché alla base dell’idea del prodotto, vi è un modello di business in grado di sostenere anche un’utenza non pagante. Nei modelli open si può anche prescindere da transazioni monetarie, ma rimane un valore, spesso anche molto alto, delle transazioni che si realizzano all’interno della comunità che sviluppa il progetto open. Come chiarisce Chris Anderson nel suo Free “la maggior parte delle aziende hardware open source pubblica gratuitamente tutti i progetti, i file per i circuiti stampati, il software e le istruzioni. Se l’utente lo desidera, può costruirsi l’hardware da solo. Oppure acquistare una versione già assemblata ed avere la garanzia che funzioni. La maggior parte degli utenti sceglie la seconda opzione, perché la maggior parte degli utenti ha più disponibilità di soldi che di tempo”. Questa fetta di utenti copre da sola i costi degli utenti che desiderano costruirsi l’hardware per conto proprio. I modelli open possono quindi finanziarsi e sostenersi grazie al contributo della propria parte di community disposta a pagare per una versione completa, già assemblata e funzionante del prodotto. Arduino funziona in questo modo.

Credo che stiamo vivendo un periodo molto vicino a quello del dopoguerra, dove fu necessario ricostruire istituzioni ed economia. Non ci sono le macerie delle case abbattute dai bombardamenti, ma tanti cartelli affittasi appesi ai portoni dei capannoni. Lì c’erano aziende, operai, artigiani. C’erano competenze, saper fare, qualità. Oggi abbiamo però strumenti che consentono di abbattere i costi relativi alla produzione, al finanziamento e alla distribuzione di un prodotto. Ottenendone immediatamente una validazione sul mercato. Strumenti per reinventarsi un mestiere ed un futuro.

Primo_crowdfunding

Nel suo libro Makers, Chris Anderson definisce il crowdfunding come il “venture capitalist dei makers”. Per capire cosa significhi questa affermazione, basta guardare il successo su Kickstarter del progetto Primo (un gioco per insegnare ai bambini la logica di programmazione), che ha raggiunto il proprio obiettivo di funding in poco più di una settimana dal lancio della campagna. Primo è un progetto nato in un Fablab, proprio dal percorso di sperimentazione tipico del “fare” dei maker. E utilizza Arduino, una scheda “open”, ma non free. Come Primo non è free, anche se il team prevede di rilasciare presto i progetti per costruirsi da sé il prodotto.

Primo è un bellissimo esempio di come un progetto nato open e collaborativo, abbia utilizzato un modello “crowd” per crescere, sfruttato il crowdfunding per finanziarsi e la rete per promuoversi. Alla Maker Faire me lo ricordo: i bambini facevano la fila per poterlo utilizzare…

Henry Ford sosteneva che “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti.” Apple non sarebbe mai potuta nascere senza la genialità di Wozniak e l’iniziale approccio hacker, che ne alimentò la fase di ricerca e sviluppo (tecnologia); ma diventò un successo planetario grazie alla visione commerciale e massificata di Jobs (progresso).

Allo stesso modo, un progetto open hardware (come la maggior parte dei progetti sviluppati dai maker) per portare vero progresso, non può prescindere da un modello che ne alimenti la diffusione su ampia scala, che travalichi l’inziale community di sviluppo. La comunità che inizialmente viene aggregata attorno all’idea del progetto svolge quella che in un’azienda di tipo tradizionale è la fase di ricerca e sviluppo. Le fasi successive (commercializzazione e marketing) possono essere realizzate solo tramite un allargamento della base utenti, che portino il prodotto a diventare disponibile per una base utenti molto più vasta. Crowdfunding e pre-sales, possono quindi essere considerati come strumenti che consentono di “massificare” un progetto nato open, senza tuttavia stravolgerne l’iniziale ideologia ed approccio aperto, ma anzi amplificandolo e rendendolo disponibile ed accessibile ad un pubblico più vasto.